Giardino all’ italiana, Casa Vogue 



Testo di Sofia Mattioli

Qual è stato il punto di partenza?

Non ce n’è uno solo, ogni visione ne richiama un’altra. C’è però un tema che ho voluto indagare: benché sia un prodotto della natura, l’uomo ha creduto, o crede, che la natura gli appartenga e che possa plasmarla, adattarla e persino distorcerla a suo piacimento. Mi interessava partire da qui.

A proposito del rapporto uomo/natura, due sono le chiavi di lettura possibili, una utopica e l’altra reale – si pensi all’impatto delle politiche locali o dell’inquinamento. Quale le interessa di più?
Non mi ha mai interessato trattare temi di denuncia. Il giardino è per me un luogo dell’anima, ricco di simboli da decifrare. Volevo riflettere sul paesaggio come veicolo di significati diversi da quelli visibili a colpo d’occhio. Credo che ci siano elementi che rimandano alla memoria, personale e collettiva, all’infanzia: visti da piccoli i giardini delle case private sembrano enormi, lì è possibile smarrirsi e scoprire realtà sconosciute. Poi, crescendo, queste sensazioni si perdono.

Ricorda un giardino in particolare?

Vivo a Milano da anni, ma sono cresciuto prima in Trentino, poi in Veneto. Ricordo bene le ombre dei pomeriggi estivi, la luce del sole che filtrava tra gli alberi. Sono sensazioni che rimangono impresse nella memoria e che in qualche modo riaffiorano. Forse per questo i giardini che ho fotografato mi sono sembrati subito noti, come se li avessi già visti.

Dalla costa adriatica a quella tirrenica ha notato un fil rouge?

Ho trovato nei silenzi pomeridiani della provincia, nei profumi, nelle voci delle tivù che escono dalle case un denominatore comune. Il verde, le casette a schiera. Non volevo fare un’indagine su base geografica, ma restituire una mappa dell’immaginario a partire da spazi privati, lontani dalle realtà urbane. E mantenere una fascinazione per elementi che spesso ignoriamo, inghiottiti dalla frenesia quotidiana.

Quali? Tra i nuovi giardini che osserva ci sono campi di calcio e insegne, miniature e dipinti...
Giardino è anche pensare un campo di calcio e disporre le bandiere quasi fosse un modellino, così come osservare il verde che circonda

una scritta al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Mi piaceva giocare con significati e proporzioni. Questo è in particolar modo evidente in uno scatto in cui una casetta piccola sovrasta un cumulo coperto di edera. Quella, in realtà, è una cassetta delle lettere che riproduce in scala l’abitazione davanti alla quale è collocata. Mi ha subito colpito. Come figlio degli anni Ottanta, tutto ciò che ha una matrice pop mi affascina.

Che ruolo ha l’ironia nel cogliere la realtà?

È un altro lato interessante del progetto. L’aspetto più divertente è che non c’è da aggiungere nulla. La realtà colta dall’obiettivo, affiancata ad altre suggestioni, può restituire leggerezza all’osservatore.

Ha fotografato perlopiù giardini privati. Cosa ha intuito di miti e riti all’italiana?

Tutto quello che facciamo lascia una traccia, l’impronta umana è presente negli scatti, nonostante l’apparente assenza. Mi interessava capire come l’uomo cerchi di plasmare la natura nella sua villetta, come decida di disporre le piante o progettare il verde. Ho scoperto che, a volte, nell’ordinare colori e forme, c’è una cura che mi stupisce. Un piacevole invito rivolto all’osservatore.

E del Paese che ha attraversato, da nord a sud, ha scoperto qualcosa?

Sì. È molto più forte il senso di scoperta del luogo che si conosce di più. Puoi cogliere piccole variazioni lungo la strada, il bagaglio è molto più ricco di sfumature se non ti allontani troppo...

Come ha raccontato epoche e stili differenti?

Sicuramente sono elementi che attirano la mia attenzione. A Milano, qualche mese fa, dopo aver portato le pellicole a sviluppare in laboratorio, camminando mi sono imbattuto in un giardino in zona Ripamonti incastonato tra due palazzi anni Settanta. Ho notato, al centro, colonnine che sembravano una rivisitazione di capricci veneziani. Ho subito colto quel contrasto, l’immagine è parte del progetto.

Per notare elementi come questi è necessario muoversi a un’altra velocità?

Rallentare è fondamentale. Mi permette di essere più permeabile e di liberarmi dal bombardamento di immagini e informazioni cui siamo abituati. In questo senso il progetto è stato terapeutico.